The Beep Beep Song

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Questa splendida canzoncina è di Simone White ed è stata scelta per la pubblicità della nuova Audi R8.
Lei è una nuova cantante ed è molto attenta ai commenti su Youtube dove ha inserito alcuni suoi video.

Ciao Enzo

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Oggi si spegne un maestro di vita.
Una persona pacata e chiara che ha raccontato l'Italia per 50 anni con un liguaggio selmplice ma sempre pungente.
Perfino durante il suo ritorno, dopo 5 anni di buio antidemocratico,
è riuscito a pungere chi di dovere senza fare nomi e senza perdersi in sproloqui che avrebbe avuto tutto il diritto di usare.
Ultimamente mi sta capitando quasi sempre per caso di raccontare qualcosa di grandi uomini. Tutto questo al contrario di quanto ho fatto fino a pochi mesi fa, raccontando le facce di merda che occupano il paese.
Forse ho sbagliato a concentrarmi su quei personaggi, perché è vero che ti dicono dove non devi andare ma non ti indicano mai la via giusta da seguire.
Questi grandi uomini invece sono stati un esempio da seguire, hanno sempre indicato la strada, anche la più difficile, ma sempre la più giusta.
E' seguendo il loro esempio che la mia persona migliora ed è migliorata nel tempo.
E si spera che grazie al loro esempio migliorino tutti.

Grazie ad Enzo Biagi e a tutti quelli come lui.

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Italo Calvino ed Indro Montanelli

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Quasi per caso mi trovo a leggere contemporaneamente la vita di questi due grandi uomini. La cosa che stupisce più di tutte è il fatto che, a prescindere dalle loro idee politiche avessero una sanità etica e morale da far imppallidire San Francesco.
Ecco cosa si è perso nella nostra Italia. Si sono perse persone di questa caratura morale che, da destra e da sinistra, potessero contribuire alla crescita culturale e umana del nostro paese.

Leggendo la biografia di Calvino trovo questa simpatica cosa scritta il 15 marzo del 1980 per il Corriere della Sera.

Tutto questo è in stretta connessione con il post precedente.

Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti


di Italo Calvino


C'era un paese che si reggeva sull'illecito.

Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basa­to su principi che tutti più o meno dicevano di condivi­dere.

Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cam­bio di favori illeciti.

Ossia, chi poteva dar soldi in cam­bio di favori in genere già aveva fatto questi soldi me­diante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d'una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell'interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni grup­po identificava il proprio potere col bene comune; l'ille­galità formale quindi non escludeva una superiore lega­lità sostanziale.

Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte re­sti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e me­diazione: quindi l'illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia d'illecito anche per quella morale.

Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tan­gente collettiva, era sicuro d'aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto colletti­vo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni at­tività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che le­citamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare.

Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disa­vanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s'erano distinte per via illecita.

La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d'atto di forza (così copie in certe località all'esazione da parte dello stato s'aggiungeva quella d'organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provan­do anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazio­ne sgradevole d'una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni im­posta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d'applicare le leggi, provocando pic­coli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili.

In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d'un regolamento di conti d'un centro di potere contro un altro centro di potere.

Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l'idea che anche loro erano dei centri di potere e d'interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s'inserivano come un elemento d'imprevedibili nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi me­todi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d'ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si propo­nevano come l'unica alternativa globale al sistema.

Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d'essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d'illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto.

Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, ne patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, con­dizionamento caratteriale, tic nervoso.

Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in de­naro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfa­zione d'altre persone.

In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare.

Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l'approvazione di tutti, in buona o in malafede.

Il potere non lo trovavano abbastanza interes­sante per sognarlo per sé (almeno quel potere che inte­ressava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all'estinzione?

No, la loro con­solazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s'era perpetuata una controso­cietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gab­bamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di so­pravvivere nelle pieghe della società dominante e affer­mare il proprio modo d'esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un'immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a per­sistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d'essen­ziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos'è.

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Cosa stiamo diventando

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La situazione italiana è quella che è ormai da anni.
Ma ci sono cittadini che si tengono informati e discutono dei problemi gravi (quelli seri non Garlasco). Questi cittadini fanno parte della cosiddetta società civile.
In questi anni abbiamo avuto girotondi e manifestazioni varie un pò in ogni zona d'Italia e per i motivi più disparati e questa società civile è stata sempre presente.
Ora mi chiedo:"Non sarebbe il caso di raccogliere tutte le forze che abbiamo speso in questi anni per creare un'Italia migliore e di andare sotto il parlamento e cantargliele a sti stronzi?".
Facendo una stima approssimativa gli indignati attivi e attivisti in Italia più amici e parenti dovrebbero essere un due milioni.
Che cazzo stanno facendo questi due milioni di persone in questi giorni?
Io sono stanco di vedere che le cose si ripetono ciclicamente.
Ascoltate soprattutto le ultime parole di Borsellino. Stiamo facendo abbastanza per il nostro paese? Si, stiamo facendo abbastanza poco...


Santa Maradona

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Guardando Santa Maradona (che non avevo ancora visto) ho fatto un pò di riflessioni.

Considerazione N 1: La vita dei giovani è difficile. In generale la vita è difficile. Crediamo di dover fare assolutamente qualcosa per dare un motivo, un perché, al fatto che siamo su questa terra. E fin qui, che si possa obiettare o essere daccordo, quella che ho fatto è una considerazione abbastanza banale.

Considerazione N 2
: A causa delle molte difficoltà che si incontrano e/o si crede di incontrare, si fanno cose, si compiono azioni che, talvolta, possono risultare sgradevoli per noi ma , peggio, per chi crede in noi, o ci ama, o ci vuole bene.
Anche qui l'opinabilità è d'uopo ma la banalità comincia a diminuire.

Considerazione N 3
: Una volta compiute queste azioni abbiamo poche carte da giocare per recuperare. Ed anche con un proseguimento del resto della vita abbastanza retto, lo scheletro nell'armadio sarà lì a guardarci. Ogni volta che dovremo scegliere un vestito lui sarà lì a nascondersi fra le giacche o le gonne.

Considerazione N 4
( la più lunga): Cosa ci porta a comportarci male? La società? Uno scazzo del giorno prima? La voglia di dimostrare che valiamo qualcosa?
O dentro ognuno di noi si nasconde un bisogno intrinseco di fare del male?
Dato che non può esistere il bene se non esiste anche il male.
I rapporti interpersonali molte volte sono costellati da migliaia di difficoltà.
Già prima di conoscere una persona ci aggiustiamo la giacca, grosso sintomo di disagio, e, durante la consocenza, parliamo di cose di cui non ce n'è mai fregato un cazzo, per dare un'apparenza o una parvenza di qualcosa che non sappiamo neanche noi stessi se esiste veramente.
CIò che esiste veramente è una persona fragile, condizionata da mille flussi che la spingono nelle direzioni più disparate, e che, da questi flussi, ha la necissità di difendersi.
A volte non riusciamo a difenderci evitando i colpi e qualche colpo dobbiamo anche darlo. Questo colpo equivale all'errore o gli errori che commettiamo quotidianamente.
Quindi bisognerebbe allenarsi ad evitare i colpi più che a darli e a cercare di vivere gli eventi della vita e l'amore in modo più sereno e spensierato.

Vedo che ciò non accade quasi mai e percepisco uno stress e un'ansia di fare nelle persone che raggiungono livelli abnormi. E me ne dispiaccio. Spesso tutto questo stress e quest'ansia portano solo a farci sbagliare, a farci fraintendere, a perdere ciò che di più caro abbiamo.
Solo perchè non ci siamo fermati a riflettere più di due minuti.

E' possibile cambiare o siamo condannati?

Non so se si capisce bene ciò che ho scritto. Non lo capisco bene nenmmeno io ma era una cosa di getto.

Spero se ne apprezzino le intenzioni e se ne colga il succo.

Torno così

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Una bella lettera alle direzione del Tg1 che però torna sempre indietro. HO deciso così di spedirla al fido Augias che, si spera, saprà cosa farne.


Caro Augias,

le giro questa email che era destinata alla direzione del tg1, ma chissà per quale arcano motivo, pur se spedita a molteplici indirizzi, torna sempre al mittente.

Grazie per lo splendido lavoro che svolge.



Caro direttore, cari giornalisti del tg1

Ho seguito con attenzione tutti gli avvenimenti legati al V day, dalle dichiarazioni di Grillo a quelle di Casini e le incongruenze riscontrate sono state molte.

Perchè quando Casini (o anche Libero Mancuso) afferma che viene diffamato Marco Biagi dalla redazione non parte nessuno monito volto al chiarimento della questione?

Perchè non si fanno approfondimenti dove si spiega che ad essere attaccata è una legge e non chi (pace all'anima sua) non ha avuto il tempo di completarla?

Tra di voi c'è anche chi insegna giornalismo nelle varie università d'Italia. E' abbastanza vergognoso che un tg nazionale non cerchi di chiarire delle strumentali opinioni opponendo a queste dei fatti.

Cosa dite a vostra discolpa? Invece di fare pastoni che raccolgono opinioni marcatamente false perchè non cominciate a fare un giornalismo degno di questo nome?

Ne guadagnerebbe l'intera comunità e, forse, anche voi tutti potreste finalmente sciogliere le catene che vi legano alla classe politica ed al potere in generale, recuperando una dignità che sembra mancare a molti.

Cordiali saluti e (si spera) buon lavoro.

Jose Gragnaniello





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Dalla Subpolitica di Beck all'uso dei Social Network. Le Conclusioni della tesi.

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Copio qui le conclusioni della mia tesi, così tanto per divulgare.

Durante la stesura di questa tesi ho avuto modo di rafforzare le intuizioni che mi avevano spinto ad intraprendere il lavoro. La convinzione di partenza si basava sul fatto che Internet stesse cambiando il nostro modo di concepire la realtà, l’economia, le relazioni sociali e la psicologia delle persone.

Coloro che prima sembravano detenere le chiavi della rete e cioè gli hacker, adesso non sono che una parte marginale rispetto alla grande quantità di persone che quotidianamente si rende partecipe del mutamento di Internet.
Fino a qualche anno fa erano gli unici ad occupare le pagine dei giornali e telegiornali grazie alle loro azioni di scardinamento, etiche o meno che fossero. Adesso oltre ai software si scardinano le convinzioni. Questa novità deve molto comunque alla cultura hacker e open source.

Se non fosse stato per la spinta propulsiva di questi due mondi, oggi non avremmo software di facile concezione e utilizzo che hanno messo in discussione un mondo apparentemente fondato su solide basi.
Internet, negli anni, è stato considerato (e forse lo è ancora) come un medium di difficile utilizzo, con contenuti di grande mole da estrapolare.

Oltretutto, essendo situato in quella scatola complessa che è il personal computer, la sua accessibilità è stata maggiormente garantita a coloro che disponevano più di altri di risorse culturali ed economiche. Lo sforzo cognitivo non indifferente che bisogna mettere in atto ogni qualvolta si accende un personal computer o si è collegati alla rete e si deve usufruire di contenuti pull, fa sì che non tutti giudichino di facile impiego questo mezzo.

Ecco perché, per anni, anche le aziende ne hanno diffidato. Alle difficoltà tecniche si aggiunge l’atteggiamento di un’utenza di buon livello culturale, non amante delle interruzioni pubblicitarie: entrambe hanno rappresentato una barriera per chi avesse voluto intraprendere attività di marketing sul Web. Per questo sono nate varie strategie partendo dall’interruption marketing, vero e proprio incubo dei navigatori assidui, per passare al viral marketing, la cui punta di diamante è la creatività, finendo al permission marketing che teorizza un forte coinvolgimento e un elevato rispetto per l’utente.

Se poi si unisce il tutto allo strapotere che in Italia ha il mezzo televisivo sembrano non esserci soluzioni. La televisione sta subendo un piccolo decremento, per quanto riguarda gli introiti pubblicitari, solo in questo ultimo anno. Ma detiene ancora la fetta più grande della torta che supera tutti gli altri media messi insieme. Un dato interessante riguarda la fruizione televisiva che, complice l’avvento della banda larga, sta lentamente scemando a favore di Internet.

La Rete oltre ad essere un campo di difficile utilizzo, modifica tutte quelle dinamiche comunicazionali tipiche della pubblicità e del marketing tradizionale.
L’interattività è il cardine di questa logica. I consumatori possono indagare sul prodotto, fare confronti, proporre boicottaggi di grande successo.

Il prodotto scadente o l’azienda con un passato non proprio pulito hanno veramente poche speranze di sopravvivere in rete. Viene totalmente sconvolta la dinamica verticale tipica dei media tradizionali secondo la quale, una volta subita la pubblicità si poteva fare ben poco.

La provenienza dei prodotti, fino a poco tempo fa, era avvolta da un alone di oscurità ed il consumatore più curioso, nel caso avesse voluto approfondire le qualità di un prodotto, sarebbe stato costretto a fare ricerche specialistiche o scrivere all’azienda che lo produceva, aspettando vanamente una risposta. Con Internet è possibile conoscere tutti i passaggi che precedono la realizzazione di un prodotto, si possono consultare forum, ci si può iscrivere a newsletter informative, si possono ricevere casualmente catene di Sant’Antonio che invitano al boicottaggio e ne spiegano i perché.

Questa era un’ottima scusa per le aziende che non volevano promuovere i loro prodotti su Internet. Ma la crescita che oggi sta avendo questo mezzo impone una rivisitazione delle logiche aziendali.
Infatti si sta pian piano capendo che forse è meglio investire capitali su un nuovo tipo di rapporto con il consumatore, basato sul coinvolgimento e su un’etica aziendale vera. I nuovi strumenti forniti dal Web 2.0 danno quest’opportunità.

I blog, videoblog, il file sharing, i wiki, YouTube hanno realizzato un piccolo miracolo, chiamato User Generated Content, dando voce e visibilità a milioni di persone che prima non trovavano mezzi per esprimere la loro creatività. Hanno messo in discussione le dinamiche dei media mainstream che hanno provato a copiare, rimescolare e somigliare a questi con scarsi risultati.
Questi nuovi strumenti hanno trovato anche la loro applicazione commerciale.

I blog aziendali oggi sono diffusissimi e sembra che non se ne possa fare a meno. Bisogna essere molto accorti nell’utilizzo di questi mezzi perché, come detto prima, Internet è un mezzo che riserva molte sorprese.

E' facile quindi scoprire che chi risponde alle domande sui blog aziendali non è un consulente o un diretto responsabile, come vorrebbe la logica blogger ma una società esperta di marketing interattivo che falsa i commenti facendo un vero e proprio uso distorto del mezzo e mettendone in discussione la sua essenza etica.

Infatti, un buon utilizzo del blog, dove ogni tipo di commento sia accettato e dove a rispondere fosse un diretto responsabile, non farebbe altro che avvicinare il consumatore accrescendo la sua fiducia e, perché no, anche la sua stima. Anche l’utilizzo di YouTube con campagne a sfondo sociale da parte di aziende cosmetiche ha avuto le sue ritorsioni. E’ arrivato allora il momento di chiedersi se non sia il caso di introdurre l’utente nei processi decisionali dell’azienda, di fare un tutt’uno come propone Stefan Engeseth, con i molti rischi ma anche con le tante novità positive che una scommessa del genere può apportare.

Oggi l’utente medio è abituato a caricare ogni tipo di contenuto, fatto in casa o meno, su media come MySpace, Facebook o Qoob, partecipa direttamente alla costituzione di una enciclopedia globale, Wikipedia, che non ha nulla da invidiare alla Britannica, pratica l’esperienza del citizen journalism mettendo in crisi un giornalismo tradizionale che aveva già grossi problemi. Il cybernauta tradizionale è abituato a dire la sua e ad informarsi in maniera approfondita su tutto ciò che può essere di suo interesse.

Ecco perché quel rapporto schizofrenico con l’azienda e con le marche è destinato ad un cambiamento epocale.
Chiunque può ottenere fama grazie ad un blog particolare, o ad una trasmissione in podcasting di grande successo ma partita da zero o grazie a video inseriti su Youtube che hanno fatto il giro del mondo e sono stati visti da milioni di persone.

Il giovane ragazzo norvegese Lasse Gjertsen, con il suo video musicale Amateur, in quattro mesi ha ottenuto quasi 4 milioni di visualizzazioni. Questo esempio serve a dare l’idea di come persone capaci di produrre contenuti di qualità siano ovunque a prescindere dal fatto che possano apparire su Mtv o sui giornali.

La Long Tail teorizzata da Anderson spiega magnificamente questa trasformazione. Per caso o grazie al passaparola si può venire a conoscenza di blog, podcast, pagine personali di MySpace fatte da persone che hanno grandi capacità ma che non hanno avuto la fortuna di essere notati dai media tradizionali.

I giovani d’oggi sono, allo stesso tempo, consumatori e produttori di contenuti, questo fa sì che la loro esperienza per quanto riguarda il rapporto con le marche si modifichi e ridefinisca continuamente. Dalla generazione X degli anni ’90, priva di contenuti e di ideologie, si è passati alla generazione Y che è forse la realizzazione espressiva della precedente.

L’attuale generazione Y o networked generation ha ridefinito il proprio sé grazie alla rete e ai suoi strumenti. Invero, in un’epoca di forte precarietà e di grandi incertezza, Internet è riuscito a creare una vera e propria seconda vita dove l’espressione del sé trova le porte spalancate ed è soggetta a continue rielaborazioni di significato.

Siamo di fronte a quelli che Schehr definisce “percorsi di vita funambolici”, non esistono più le distinzioni nette di un tempo per quanto riguarda i ruoli sia nel lavoro che nella vita privata. Il successo non può più avere una caratterizzazione canonica perché un normale studente e un giovane lavoratore, apparentemente senza pretese, possono essere un podcaster o un blogger di successo, seguiti e stimati da milioni di persone.

E’ così che da normali consumatori si diventa prosumer, produttori di ciò che si consuma, e si chiede alle aziende di rendere i loro processi più partecipativi, bidirezionali e orizzontali, pena la perdita di fiducia e di futuri clienti.

In questo modo si realizza la subpoliticizzazione dell’azienda. Secondo il sociologo U. Beck subpolitica significa agire dal basso, apportare cambiamenti significativi dall’interno, proponendo stili di vita alternativi. Se questo cambiamento toccherà la politica perché non dovrebbe riguardare anche le aziende e la società in generale?

Attualmente le innovazioni maggiori riguardanti il campo pubblicitario sono concentrate su singole persone che hanno venduto la loro fronte su eBay, blog personali dove si viene pagati per recensire prodotti, podcast e siti che organizzano contest invitando gli utenti a produrre video che saranno premiati con il voto di altri partecipanti o di singoli navigatori, generando così un notevole passaparola e rendendo il volto dell’azienda più amichevole.

Tutto questo è chiamato User Generated Advertising e sta creando notevole scompiglio nella Rete. Finalmente si ha la possibilità di guadagnare divertendosi o apportando come valore aggiunto la propria esperienza, la propria passione e tutte le conoscenze che si hanno.

Nascono così nuove categorie lavorative, si generano nuove discussioni sul futuro del lavoro tradizionale, sul ruolo che vestiranno sindacati e aziende in questa nuova prospettiva. Ci si chiede quali saranno i paletti da fissare per non rendere tutto brandizzato o brandizzabile e quali problemi verranno alla luce per quanto riguarda la questione dei diritti d’autore in un mondo dove tutto è soggetto alle continue modifiche del taglia-copia-incolla.

Un mondo, quello di Internet, dove il consumatore, una volta tanto, non è schiacciato e imbottito dalle menzogne ma sta continuamente ridipingendo le dinamiche del commercio e della società tradizionalmente intese.

Da qui a dieci anni, proseguendo su questa strada, vedremo notevoli cambiamenti dove le aziende, forse, smetteranno di consultare psicografie ed indagini di mercato e chiederanno consulenza direttamente ai consumatori diventando con loro una cosa sola.

Si può sperare che questa esperienza accresca da un lato la criticità per quanto riguarda l’acquisto dei prodotti da parte dei consumatori e, dall’altro, eticizzi le aziende sganciandole dal ruolo di corporation monolitiche e inattaccabili che occupano oggi.
Rendendole parte integrante e integrata di un mondo che può essere migliore grazie al coinvolgimento e alla partecipazione, così come la lezione di Internet ci ha insegnato.


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Freddie Mercury

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Freddie Mercury è uno dei pochi artisti che mi metteva i brividi quando lo ascoltavo da piccolo e me li mette ancora oggi. La sua immagine è simbolo di forza e di coraggio e non riesco mai a non emozionarmi.
Ho scelto questa canzone perchè è una delle ultime e perchè da quel corpo indebolito riusciva sempre e comunque a trasparire una grande forza.



Qualche volta mi sento come
Se fossi tornato ai vecchi tempi-molto tempo fa
Quando eravamo ragazzi quando eravamo giovani
Le cose sembravano così perfette-sai
I giorni non avevano fine eravamo pazzi eravamo giovani
Il sole splendeva sempre-vivevamo per divertimento
A volte sembra come se più tardi-non so proprio
Il resto della mia vita fosse stato solo uno show
Quelli erano i giorni della nostra vita
Le cose brutte nella vita erano così poche
Quei giorni sono passati adesso ma una cosa è vera
Quando ci penso e ti rivedo ti amo ancora
Non puoi portare indietro l'orologio
non puoi portare indietro il fluire del tempo
Non è un peccato
Mi piacerebbe tornare indietro
una volta per una corsa sulla montagne russe
Quando la vita era solo un gioco
Inutile sedersi e pensare a ciò che hai fatto
Quando puoi distenderti e godertelo attraverso i tuoi bambini
A volte sembra come se più tardi-non so proprio
Sia meglio sedersi e andare col flusso dei pensieri
Perché questi sono i giorni delle nostre vite
Sono volati via nella rapidità del tempo
Questi giorni se ne sono andati tutti via adesso
ma qualcosa rimane
Quando cerco indietro e non trovo cambiamento
Quelli erano i giorni della nostra vita- sì
Le cose brutte nella vita erano così poche
Quei giorni sono passati adesso ma una cosa è ancora vera
Quando ci penso e ti rivedo
Ti amo ancora
Ti amo ancora


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Ricordare Falcone, ricordare una tv che non c'è.

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Dalla morte di Falcone e Borsellino, alla bomba nella casa di Costanzo,alla scoparsa della parola mafia in Tv, alla formazione di Forza Italia, all'ascesa di Totò Cuffaro. Tutti eventi che non hanno nulla a che fare l''uno con l'altro?


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La tv che vorrei ma anche:

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La tv che non c'è

Teleabissi di Roberto Brunelli, l'Unità del 08/05/2007

È una televisione meravigliosa, quella italiana. Ieri sera, sul primo, dopo il Tg1 (che svetta per acume per un servizio sulle ragazze romene, raccontando senza pregiudizi il loro background, l'ambiente della prostituzione, l'immigrazione nelle grandi periferie italiane), c'era la striscia di Celentano: una frase mitica ogni sera, a cui è seguito in prima visione il film che ha vinto l'Oscar, lo strepitoso «The Departed» di Martin Scorsese. Sul secondo, all'ora in cui una volta, tanto tempo fa, andava in onda l'Isola dei Famosi, abbiamo visto un varietà sui generis, praticamente postmoderno: tra gli ospiti, Renato Zero che duettava con Norah Jones, un'esibizione pirotecnica e mozzafiato di Le Cinque du Soleil, Fiorello che intervistava Andrea Camilleri, Daniele Luttazzi che faceva il suo tg satirico.
E pensare che il giorno prima, si è mandata in onda quella fiction italiana incredibile prodotta da Nanni Moretti sulla base dei Diari di Pieve di Santo Stefano: interpretata da Maya Sansa, la storia di una donna che dopo la guerra ha attraversato a piedi tutta la Germania e tutta l'Italia con i suoi due piccoli bambini in braccio. Dialoghi serratissimi, un'interpretazione misurata, inquadrature semplici, ma dense. L'altra sit-com, quella del lunedì, quella con protagonista un ragazzo tunisino che s'innamora di una pariolina, ha avuto un ottimo riscontro Auditel, così com'è stato uno strepitoso successo la fiction sulla vita di Voltaire. Eh già, il primo canale: fantastico quel programma che porta in seconda serata i migliori musicisti e gruppi sia rock che jazz suonare dal vivo i loro pezzi: dopo gli Avion Travel e l'Orchestra di Piazza Vittorio, pezzi di Patti Smith, dei Subsonica, ma anche di Vasco Rossi e dei Coldplay, di Paolo Fresu e un raro filmato di John Coltrane. In più, a ogni puntata, un esordiente assoluto preso dalla strada.
Il giorno dopo ancora, al termine del Tg1 (che ancora una volta ha fatto centro con «l'intervista senza rete» in cui un politico viene messo alle strette senza sconti, con domande vere sul merito delle questioni, alla maniera della Bbc), c'era un incontro con lo scrittore premio Nobel Orhan Pamuk, realizzata ad Istanbul proprio nel giorno in cui un milione di persone sono scese in piazza per la difendere la laicità del suo paese, la Turchia. E se non avete nulla da fare il pomeriggio, basta accendere il terzo canale: ogni giorno alle 17 c'è un grande classico del cinema, ieri era la volta di «La finestra sul cortile» di Hitchcock, il giorno prima ancora un film di Truffaut, quello prima ancora «Manhattan» di Woody Allen. Alle 22, sempre sul tre, una serata a settimana è dedicata ad un film italiano recente, anche indipendente, ed un'altra serata è dedicata al cinema europeo d'autore.
Sul due va forte la rassegna dei vecchi telefilm americani degli anni settanta e ottanta, da «Le strade di San Francisco» a «Saranno famosi». Per chi ama la classica, alle 11 del mattino e alle 23 c'è sempre un bel concerto o una vecchia interpretazione d'archivio: ieri era la volta di Bach, con le Suites Orchestrali eseguite da Gardiner e le Variazioni Goldberg di Glenn Gould. Diminuiti drasticamente i talk-show, vanno forte i reportage, che fanno ottima compagnia al Biagi tornato trionfalmente sul primo canale: oggi un'inchiesta su dove prendono la merce i senegalesi che vendono i calzini agli angoli delle strade ed il racket che ci sta dietro.
Ah, com'è cambiata l'informazione televisiva, da quando hanno assunto Antonello Piroso in Rai: niente più politichese, due conduttori e lo schermo spezzato in cui da una parte vedi il giornalista in studio che fa domande all'inviato, dall'altra l'inviato medesimo che si trova ovviamente sul posto, nel sottopancia altre notizie, grande apertura a temi fino a ieri inusuali per i tg italiani, a cominciare dalla rubrica «Mucca pazza», sul mondo gay, che fa bella mostra di sé sul Tg2. I reality? Ma certo che ci sono ancora i reality: l'ultimo si chiama «Scampia house», e si svolge dentro la casa di una famiglia nel territorio a più alta densità camorristica d'Italia... I grandi serial americani? Finalmente li vediamo in contemporanea con l'America, e non due anni dopo.

P.S. Ovviamente quel che avete letto sin qui è frutto di dolente fantasia. Niente di rivoluzionario, beninteso, solo una modesta simulazione di tutto ciò che nella televisione pubblica italiana probabilmente non vedrete mai. La domanda è: perché?


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Enzo Biagi

2 commenti:
Cosa dire.
Enzo Biagi quando ero al liceo non lo sopportavo. La sua lentezza contrastava troppo con quelle che erano le abitudini di un giovane adolescente cazzaro.
Col tempo ho cominciato ad apprezzarlo, a capire il suo messaggio. Ad 86 anni avere ancora la forza di lottare e di mandare messaggi positivi ed insegnamenti etici è cosa da pochi e penso che lui ci riesca benissimo. Sembra che l'emozione gli strozzi la gola durante le sue interviste, tutte bellissime e cariche di significato.
Dopo 5 anni fuori dal video sembrava non potesse più tornare ma ce l'ha fatta.
E' da uomini come questi che bisogna prendere esempio, sono persone come queste che danno la speranza. E ci riescono.
Da giovane quasi 26enne pieno di contraddizioni e di ipocrisie farò di tutto perchè i messaggi che queste persone ci stanno lasciando non finiscano nel vuoto e farò altrettanto perchè anche le persone che mi sono vicine si sensibilizzino in tal senso.








Uso distorto di social networking

2 commenti:
In questi mesi è sempre più pressante l'idea che si possano fare soldi grazie al social networking.

Finchè sono le persone a guadagnarci nulla da eccepire, ma quando le aziende in combutta con le università cercano di produrre dei mostri facendoli passare per adoni (e giacomo non parlo di te) allora la questione diventa interessante.

Un nuovo esperimenti si affaccia alle porte della nostra amata università, in collaborazione con altre università d'Italia: Bloglab.

Progettazione, gestione e realizzazione di un blog. Blogger che raccontano la loro esperienza agli studenti, come se fossero scesi da Marte.

E' come dire: casalinghe che raccontano la loro esperienza alle donne. Penso non ci sia un rapporto verticale tra blogger e persone o tra casalinghe e donne ma anche uomini, insomma un blog lo può aprire chiunque e chiunque può raccontare la propria esperienza di blogger, come chiunque può raccontare la propria esperienza di casalingo/a.

Non trovate?

Mosso da questo incipit incipiente sono andato a commentare sul blog )al qual collabora anche l'esimio prof Epifani) per fare un pò di domande sul perchè di questa preponderante prospettiva aziendale ed ho ricevuto la risposta via email. Ma è un blog perchè usare le email?

Non contento prendo l'email che mi è arrivata la segmento e la trasformo in intervista, rispondo alle domande e copio tutto nei commenti. In più aggiungo altre domande alle quali non ho alcuna risposta.
La logica aziendale c'è tutta: Consumatore che fa una domanda VS Azienda che si barrica nel mutismo. Ma non c'è la logica blogger: Post/commento/riposte varie/link a supporto delle proprie tesi/coinvolgimento della blogosfera. Questo proprio non l'ho visto.

Ecco il mio primo commento:

Ma non è un pò tardi per costruire la blogosfera? Questa facoltà si ricorda di fare le cose sempre quando c'è qualche azienda di mezzo.3 anni fa quest'iniziativa sarebbe stata utilissima, ma non siamo al MIT.

Ecco la risposta che ho spezzettato ma di cui non ho tagliato nulla, più le mie risposte e le domande lasciate ai posteri:

Rispondo qui alla sua e-mail. Visto che c'è il blog usiamolo.
Ho trasformato la sua email in una piccola intervista.

D:E mi faccia capire, gentile Jose, che azienda ci sarebbe di mezzo? Mi piacerebbe essere illuminato in proposito, visto che sto organizzando la cosa e mi sembra che mi stia sfuggendo un passaggio.

R:Excite non sarà un azienda ma pur sempre un ente economico.
"Ai migliori verrà offerta l'opportunità di accedere a stage aziendali in realtà di primo piano nella comunicazione on-line"
Non ho scritto io queste cose.
Per non parlare dei crediti formativi. La logica del profitto oramai invade ogni area, anche quella universitaria.

D: Al di là di questo, l’iniziativa coinvolge più di un’università. A quale si riferisce quando parla di “questa facoltà”?

R: Scienze della comunicazione, Roma, La Sapienza.
Quello che mi dispiace è che le menti che sono in questa facoltà non vengono sfruttate come si dovrebbe. Così come per creare il logo della Sapienza il prof. Romano ha utilizzato gente esterna, per ogni cosa che si fa in università sembra si debba avere per forza il placet di enti esterni. MI sembra tutto molto tatcheriano.
La critica non è rivolta a lei ma a tutto un sistema di cose che da anni in una facoltà di Scienze della comunicazione, ed in generale a livello universitario, invece di migliorare vanno male e la sperimentazione è praticamente inesistente, per non parlare di laboratori che non esistono.

D: Quanto al tempismo, mi incuriosisce capire per quale motivo ritiene che sia tardi.

R:I primi blog sono nati nel 2001 in Italia. Oggi siamo in fase più che avanzata. Certo possiamo cavalcare l'onda della lunga coda di Andersen ma si cavalca sempre il cavallo di altri.

D: Quanto al riferimento al MIT, io ci ho insegnato, seppure per un breve periodo, lei ci ha studiato
Cordiali saluti,
s.e.

R:Non ho studiato al MIT e non mi ritengo uno studente modello ma ho una coscienza critica. Mi fa piacere che lei abbia potuto insegnarci, giova sicuramente alla causa universitaria.
In questi anni ho conosciuto molti studenti ed ho notato che la coscienza critica manca a molti, perchè sono troppo occupati dalla caccia al credito ed a causa di questa logica "aziendale" quella creatività che dovrebbe nascere dall'ozio di cui tanto parla De Masi viene soppressa e tende a scomparire. Per questo bisognerebbe sperimentare invece di cavalcare le lunghe code.

Per quanto riguarda la spontaneità: quanto ci metterà la gente a capire che i discorsi sui blog aziendali sono nella maggior parte dei casi pilotati?

Se questo accadrà (e credo proprio di si) quali saranno le ritorsioni sull'intero mondo blogger?

Perchè le aziende e chi gestisce la loro comunicazione non imparano a rischiare? Una vera etica d'impresa pretenderebbe delle critiche per migliorare. Inoltre dovrebbe pretendere che le varie azioni all'interno dell'azienda fossero svolte alla luce del sole.

Nel mondo e negli anni le cose cambiano. Ma ogni cambiamento sembra sempre e comunque ruotare attorno alla logica aziendale. Una logica fatta di misteri, intrighi e carte false.
Una volta tanto non potrebbe essere questa logica a cambiare e non per finta? Gli utenti di Internet non sono stupidi.

Perchè anche nella realtà dei blog dovremo essere costretti ad assistere alla dicotomia vero/falso? Sembrava uno strumento di libertà di espressione ma si è riusciti a costruire una finta libertà di espressione come quella che si vede tutti i giorni in Tv. Non è triste?

Andate e commentate.


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Pubblicità sociale: Il mare non pulisce se stesso

4 commenti:
Questa è una splendida pubblicità sociale della Young & Rubicam Francia.
Il rispetto del mare passa dalle nostre azioni e dalle nostre mani.

Dai detersivi che utilizziamo in casa alle cicche di sigaretta gettate con nonchalance sulla spiaggia. Molte volte mi trovo a raccogliere bottiglie o cose stranissime che trovo in riva e ogni anno mi schifo sempre di più.

Queste campagne sociali dovrebbero essere su tutte le spiaggie.

pubblicità sociale il mare non pulisce se stesso


Pubblicità sociale di Surfrider France.
Copy: Unfortunately, the beach doesn't clean itself.
Giornate di pulizia: 23, 24, 25 marzo.
Sito : initiativesoceanes.org.
Agenzia: Young & Rubicam, France


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The user revolution

3 commenti:
La User Revolution è ciò di cui, in parte, mi sto occupando nella mia tesi.
Gli utenti di internet, sono padroni della rete, si sono impossessati del mezzo, sono il medium.

Sono sempre maggiori i canali della rete nei quali possiamo inserire le nostre produzioni, che siano queste cinematografiche, fotografiche, musicali o di pensiero. La facilità con cui si possono fare tutte queste cose è impressionante, sia grazie alla banda larga che all'aumento dell'usabilità.

La televisione sta morendo, le grandi corporation hanno paura e corrono ai ripari al grido di DRM! DRM! DRM! Ma noi utenti di Internet, stiamo plasmando la Rete come Dio (secondo i beninformati) fece con la terra. Siamo capaci di usare indistintamente e come se fosse un'unica cosa il pc, la tv, la radio, il cellulare e il lettore mp3.

Non ci spaventiamo, produciamo materiale intellettuale con un ritmo impressionante. E qualcuno ha già capito che prima o poi, data la reticenza alla pubblicità in rete, saremo noi a produrla, per autofinanziarci o per promuovere brand che ci sono simpatici e che ci pagheranno.

E per non vedere quei merdosi banner ed interstitial che ci si fiondano davanti ad ogni pagina aperta. Lo User Generated Advertising è la nuova fontiera (ed anche il titolo della tesi) qualcuno lo chiama User Generated Brand. Figli comunque dello User generated content.

La vera democrazia sta nascendo. Una democrazia dove, per guadagnare, basta avere un computer, dovo non bisogna essere leccapiedi di qualcuno, tirapiedi di altri, corrotti o corruttori. Una democrazia dove basta un pò di inventiva e dove l'utente sarà il princeps. Non subirà la pubblicità ma sarà lui a farla e a determinare le modalità più consone alla fruizione.

Le agezie di marketing sul web e quelle pubblicitarie stanno già correndo ai ripari e faranno produrre pubblicità a finti utenti, come già accade nei blog aziendali. La rivoluzione è in atto e, questa volta, per i protezionisti ci sarà ben poco da fare.

Ma non moriranno di fame comunque. Non devono aver paura.
La Piper Jaffray ha già fatto un buon lavoro per loro, pubblicando un report di 400 pagine chiamato The User Revolution. I grandi capi delle agenzie pubblicitarie e di marketing faranno la nottata a leggerlo.

Io intanto rido.


There are 12 key themes discussed in "The User Revolution" report:
1. Global online advertising revenue to reach $81.1 billion by 2011.
2. Communitainment: Internet has increasingly become a principal medium
for community, communication and entertainment -- three areas that
have collided and are impacting each other's growth -- generating a
new type of activity: communitainment. Communitainment is taking time
away from other, traditional, types of content consumption on the
Internet.
3. Usites -- The increasing popular category of user generated sites,
which we are calling Usites, are driving traffic away from other
destinations and pose a challenge to the advertisers and publishers.
4. The Internet is now a mainstream medium: The web is the leading
medium at work and the second leading medium at home behind
television.
5. Internet usage patterns are changing, favoring Usites,
communitainment sites, search, and away from traditional portals.
6. User Generated Brands. The consumers are taking control of content
consumption and branding.
7. Media Fragmentation: Advertisers increasingly will need to buy more
inventory, from nearly all types of media, especially the Internet,
to have the desired impact.
8. The Golden Search: search has become the new portal.
9. Google's dominance is likely to expand, partly fueled by a wide
variety of non-search related products that create a virtuous cycle
of brand affinity for Google.
10. Video ads will be the driver of the next major growth in brand
advertising and getting additional dollars shifted from traditional
media to online.
11. Ad networks are experiencing increased demand due to increasing
Internet fragmentation, desire for more targeted inventory,
increasing usage of networks for branding and increased site
visibility.
12. Agencies are rapidly evolving into more sophisticated,
technology-savvy entities that combine best of breed offerings





Questa le batte tutte

3 commenti:
Uliwood Party di Marco Travaglio, l'Unità del 01/02/07

Cara Veronica,

leggo con stupore sulla stampa comunista una lettera a tua firma nella quale pretendi le mie pubbliche scuse per alcune frasi attribuitemi in occasione del mio recente impegno istituzionale al galà dei Telegatti.

Anzitutto consentimi di precisare che, al solito, sono stato frainteso. La frase «se non fossi già sposato ti sposerei subito» non era rivolta, come erroneamente riportato dalle penne rosse, alla signora Ajda Yespica, bensì a Sandro Bondi, ultimamente un po’ giù di morale. Il mio «con te andrei ovunque» si riferiva invece a Paolo Guzzanti, che vedo piuttosto depresso. Posso assicurarti che, fra me e la signora Yespica, non esiste null'altro che un rapporto meramente istituzionale: Ajda fa parte del gruppo di studio sui valori della famiglia tradizionale che stiamo mettendo in piedi con gli amici Adornato e Lele Mora, per contrastare l'offensiva anticristiana sui Pacs.

A questo proposito, sei tu che dovresti scusarti con me per aver ricordato agli italiani - accennando al mio divorzio - che ho due famiglie: particolare che ero riuscito a far dimenticare persino al Vaticano, dove mi credono un cattolico modello. Come non bastasse quella storia di Cacciari (se proprio volevi, c'era il nostro Pera disponibile). Ora manca solo che tiri fuori dal mio cassetto il grembiule e il cappuccio, e sono fatto. Conoscendomi da 27 anni, sai bene quanto ampie siano le mie vedute e quanto illuminata sia la mia concezione della donna, che considero da sempre la miglior amica dell’ uomo. Ma non t'illudere che sia disposto ad accettare che tu possa liberamente pensare, o parlare, o peggio scrivere senza il mio permesso, distogliendo tempo ed energie alla missione di lavarmi e stirarmi le camicie, rammendarmi i calzini e buttar giù la pasta. C'è un limite a tutto.

Ma che figura ci faccio? Mia moglie che firma un articolo, per giunta critico, per giunta col mio cognome, per giunta su un giornale concorrente ai miei: se proprio ti scappava di esternare, potevi almeno farlo sul Giornale, su Panorama o sul Foglio che t'ho appositamente intestato, così facevamo l'esaurito e ci guadagnavo qualcosina anch'io. Ma la cosa che più mi ha ferito è stata quella citazione di tal Catherine Dunne, con cui ti sei definita «la metà di niente». Il niente, se ho capito bene la metafora, sarei io. Ora, che io sia una nullità me lo diceva già Vittorio Mangano: «nuddu ammiscato cu nenti», mi chiamava il nostro simpatico stalliere. Ma lui poteva. Tu no.

Insomma, cribbio: ci sono storici del Mulino Bianco che mi paragonano a De Gaulle e a Reagan, c'è Adornato che organizza un convegno di tre giorni per studiare il mio pensiero, e tu, proprio tu, la mia squaw, mi chiami niente? Ora, visto che mi conosci da 27 anni, tutti penseranno che hai ragione tu e ha torto Adornato. Non è bello, soprattutto ora. Confessa: te la fai con Gentiloni? Guarda che chiamo Catricalà, eh?! Non ci metto mica niente. E, se insisti, ti piazzo alle costole Dell'Utri, così ti passano certi grilli dalla testa. Mi spiace che Cesare è agli arresti domiciliari, se no te lo scioglievo nel parco di Macherio, senza catena nè museruola.

E poi, cribbiolina: chi ti ha dato il permesso di leggere questa Catherine Dunne? Anzi, chi ti ha dato il permesso di leggere? È vero che pubblichiamo libri, ma solo perché un giorno è arrivato Previti e m'ha regalato la Mondadori senza spiegare dove l'ha presa. Ma ciò non autorizza nessuno della famiglia a portare libri in casa. Certe letture fanno male alla salute, specie alle donne. Ho chiesto ad Ajda se conoscesse questa Dunne e m'ha detto che nell'album delle figurine di Lele Mora non c'è. E poi, dico io: sono cinquant'anni che ne combino di ogni, e tutti mi perdonano, mi amnistiano, mi indultano, mi prescrivono, mi assolvono, la sinistra mi scambia per un liberale, m'invita a fare una bicamerale al mese e ora mi mette pure il segreto di Stato su Pollari, e proprio tu mi vieni a fare la schizzinosa?

Ora devo salutarti: il gruppo di studio sui valori della famiglia mi attende. Volevi le scuse? Eccole. Sc... ehm... Sc... Scherzetto! Niente scuse. Se proprio ci tieni, ci vediamo sabato sera su Canale 5, dalla Maria, a “C'è posta per te”. Così facciamo share e Pierdudu e Fedele son contenti. Come diceva quel tale (anch'io so fare le citazioni colte), «uniamo l'utile al dilettante».

Ciao, bella gnocca.
Tuo Silvio

Invasioni barbariche, Fassino e il Dio Travaglio.

Nessun commento:
Ieri sera, tra un dottor house e una pubblicità capito su la7 e cosa trovo? Daria Bignardi (sempre più atteggiona dopo il telegatto) che intervista uno sciolto Fassino. Dopo avergli fatto delle domande degne di una giornalista d'assalto dei nostri tempi (come ha conuquistato sua moglie, dove vi siete conosciuti, dove avete ballato il tango), passa ad elencargli una serie di nomi e a chiedergli chi preferisca. Arrivata ai nomi Ferrara e Travaglio, lui, senza battere ciglio, risponde immediatamente Ferrara (suo grande amico ai tempi del partito comunista, peccato che poi i soldi di Berlusconi abbiano fatto gola a quella discarica ambulante).
So per certo che Travaglio non sta simpatico ai-ds (ehehhe) e che quindi Fassino ha dovuto obbedire ad una logica di partito, ma, come sempre si è mostrato insensibile verso chi vota a sinistra e che non è iscritto al partito. Dovrebbe sapere che gli ammiratori di Travaglio (300/400mila copia vendute per libro) sono tutti a sinistra e che non sopportano molto invece Giuliano "logorrea/cometifacciocapireunacosaperun'altra" Ferrara.
Dopo aver detto che il conflitto di interessi era una cosa secondaria, ha voluto ribadire il suo centrismo e la sua democristianità con quest'altra battuta. I miei complimenti, ma complimenti soprattutto a chi lo ascolta credendo che dica cose sagge quando invece è il solito gioco del cerchiobottista.

Flavio Briatore, ancora facce di merda.

3 commenti:
Briatore, mafia


Oggi parliamo di:

Flavio Briatore


Anzi ne parla Gianni Barbacetto. Ho tratto questa roba dal sito www.societacivile.it. Lui si che si è fatto da solo...


1. La Formula 1 è un business

«La Formula Uno non è uno sport. È soltanto un business» ripete uno che se ne intende, uno che ha vinto due campionati del mondo di Formula 1: Flavio Briatore, uomo dalla vita spericolata. Oggi vive tra i neopaparazzi che lo ritraggono con la fidanzata del momento o la Formula 1 dell'anno, tra i cronisti-invitati che raccontano le notti al Billionaire, tra i nuovi nani e ballerine di regime che ne condividono le gesta.

Ma per arrivare alla Costa Smeralda, allo yacht con i quadri d’autore, a Naomi e alle altre, ce n’è voluta di fatica. Una vita intensa, da Formula Uno. Difficile da raccontare: perché sono due le storie di Flavio Briatore. Una è la favola di un giovane brillante e ambizioso che compie un salto dal bollito misto alla nouvelle cousine, che parte dalla campagna piemontese, dalla Provincia Granda, fa mille mestieri, dall’assicuratore al maestro di sci, fino ad approdare al successo: ai trofei di Formula 1 e, ancor più in alto, alle copertine patinate al fianco di Naomi Campbell e di quelle che l'hanno seguita.

L’altra è la storia di affari non sempre limpidi, bische clandestine, polli da spennare al poker o allo chemin-de-fer, una latitanza in isole esotiche, bombe e autobombe, cattive compagnie, trafficanti d’armi e boss mafiosi. Le due storie hanno in comune il punto di partenza: Verzuolo, vicino a Saluzzo, provincia di Cuneo.

Qui, il 12 aprile 1950, nasce Briatore Flavio, segno zodiacale Ariete, messo al mondo da due insegnanti elementari che sognano il figlio avvocato. Invece a Flavio basta e avanza il diploma di geometra, ottenuto («con il minimo dei voti», dice di sé) all’istituto Fassino di Busca, con tesina dal titolo «Progetto di costruzione di una stalla».Giovanotto, a Cuneo lo ricordano già smanioso di fare strada.

Frequenta il Country club, allora luogo d’incontro della Cuneo bene. È un po’ playboy, un po’ gigolò. Ma il nomignolo che gli sibilano alle spalle, quando passa sotto i portici di corso Nizza, è «Tribüla»: si dice di uno che fa fatica, che si arrabatta. Ma il «Tribüla» ha fretta di arrivare. Diventa l’assistente, il factotum, il faccendiere di un finanziere locale, Attilio Dutto, che tra l’altro aveva rilevato la Paramatti vernici (ex azienda di Michele Sindona).

Ma alle 8 di un mattino fine anni Settanta, Dutto salta in aria insieme alla sua auto: gran finale libanese per un piccolo uomo d’affari cuneese. La verità su quel botto del 1979 non si è mai saputa; in compenso sono fiorite leggende di provincia, secondo cui a far saltare in aria il finanziere era stato il clan dei Marsigliesi... Di certo c’è solo che il «Tribüla», dopo quel botto, sparisce da Cuneo. Ricompare a Milano.
Casa in piazza Tricolore, molta ricchezza esibita, cattivo gusto profuso a piene mani. Occupazione incerta. Frequenta agenti di cambio e remisiers, bazzica la Borsa, si dà arie da finanziere. Riesce a convincere il conte Achille Caproni (erede della famiglia che aveva fondato la Caproni Aeroplani) a rilevare la Paramatti.

Diventa consulente della Cgi, Compagnia generale industriale, la holding dei conti Caproni. Risultati disastrosi: la Paramatti naufraga nel crac; la Cgi viene spolpata, il pacchetto azionario venduto all’Efim (cioè allo Stato), le società del gruppo subiscono fallimenti a catena, gli operai sono messi in cassa integrazione, banche e creditori sono lasciati con un buco di 14 miliardi. Per un certo periodo, però, Briatore si presenta in pubblico come discografico, gira per feste e salotti con Iva Zanicchi al seguito.

Il «Tribüla» continua faticosamente a inseguire il grande colpo, a sognare il grande affare. Intanto però trova una compagnia da Amici miei con cui tira scherzi birboni ai polli di turno. C’è un finto marchese, Cesare Azzaro, che si ritiene il miglior giocatore di carte del mondo. C’è un conte vero, Achille Caproni di Taliedo, rampollo della famiglia che ha fatto volare gli aerei italiani. C’è un avvocato dal nome altisonante. Adelio Ponce de Leon.

E uomini dello spettacolo e della tv, Pupo (al secolo Enzo Ghinazzi), Loredana Berté, Emilio Fede, al tempo - erano i primi anni Ottanta - al vertice della sua carriera in Rai, vicedirettore del Tg1 e conduttore del programma Test. L’ambiente è una sorta di laboratorio dell’«edonismo reaganiano»: soldi, affari, gioco, belle donne. Luoghi d’incontro, case e bische clandestine a Milano e Bergamo, le ville del conte Caproni a Vizzola Ticino e a Venegono, hotel e casinò in Jugoslavia e in Kenya.

Le feste del contino Attilio, spalleggiato dal brillante Briatore, fanno rivivere alla villa di Vizzolo i fasti degli anni Trenta, quando sulle rive del Ticino arrivava il Duce per pranzare con l’amico Giovanni, l’inventore della Aeroplani Caproni. Nella versione anni Ottanta, invece, le feste, le battute di caccia, i safari in Africa sono occasioni per proporre affari, business che restano però sempre progetti: di concreto c’è sempre e solo un mazzo di carte che spunta all’improvviso su un tavolo verde.

Cadono nella rete l’imprenditore Teofilo Sanson, quello dei gelati (su quel tappeto verde lascia 20 milioni), il cantante Pupo (60 milioni), l’armatore Sergio Leone (158 milioni in due serate all’Hotel Intercontinental di Zagabria), l’ex vicepresidente della Confindustria Renato Buoncristiani (495 milioni), l’ex presidente della Confagricoltura Giandomenico Serra (1 miliardo tondo tondo, in buona parte in assegni intestati a Emilio Fede).

E tanti, tanti altri... A posteriori, il «Tribüla» la racconta così: «Mi piacevano scala quaranta, scopa, poker, chemin... No, il black jack non l’ho mai capito, la roulette non mi ha mai preso. Tra noi c’erano anche bari, io non c’entravo nulla, però, lo ha scritto anche Emilio Fede nel suo libro. Dall’83 non gioco più, qualche colpo a ramino, stop».

In verità la storia era più complessa: un gruppo di malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello, dedito al traffico di droga e al riciclaggio, aveva pianificato (e realizzato per anni) una truffa alla grande, con carte truccate e tutti gli optional del caso; e i polli da spennare, chiamati gentilmente «clienti», erano individuati con un’azione scientifica di studio e di ricerca, dopo aver «comprato» informazioni da impiegati compiacenti dentro le banche e dopo aver compilato accurate schede informative (complete di disponibilità finanziarie, interessi, relazioni, gusti: meglio agganciarli proponendo una battuta di caccia o portando un paio di ragazze molto disponibili?).

Briatore, a capo di quello che i giudici chiamano «il gruppo di Milano», nel business aveva il delicato compito di «agganciare» i «clienti» di fascia alta, ingolosirli con qualche buon affare, farli sentire a loro agio con una adeguata vita notturna. E poi spennarli. Il gioco s’interrompe con una retata, una serie d’arresti, un’inchiesta giudiziaria e un paio di processi. Fede è assolto per insufficienza di prove, Briatore è condannato in primo grado a 1 anno e 6 mesi a Bergamo, a 3 anni a Milano. Ma non si fa un solo giorno di carcere, perché scappa per tempo a Saint Thomas, nelle isole Vergini, e poi una bella amnistia cancella ogni peccato.

Cancella anche dalla memoria un numero di telefono di New York (212-833337) segnato nell’agenda di Briatore accanto al nome «Genovese» e riportato negli atti giudiziari del processo alle bische: «È un numero intestato alla ditta G&G Concrete Corporation di John Gambino, con sede in 920, 72 Street, Brooklyn, New York. Tanto il Gambino quanto il Genovese sono schedati dagli uffici di polizia americana quali esponenti di rilievo nell’organizzazione mafiosa Cosa Nostra».

Il «Tribüla» di Cuneo ne ha fatta di strada. Malgrado la latitanza, Briatore ha finalmente conquistato, tra Saint Thomas e New York, la vita che ha sempre inseguito: soldi, affari e belle donne da esibire. Arie da playboy se le è sempre þdate («A sei anni il mio primo bacio, a 14 la prima donna vera, Marilena, credo di Saluzzo. Vera, in quel senso lì»).
Allora le sue fidanzate si chiamavano Anna Zeta, Beba. Più tardi arrivano Cristina, Nina, Giovanna, Emma. Poi ancora Naomi. E tante altre. Un’amica di Giovanna racconta a chi scrive – dopo un giuramento e mille assicurazioni di anonimato e segretezza – una di-sperata telefonata notturna: Giovanna, in lacrime, le confidava di aver trovato Flavio in compagnia, a letto: ma – e ciò la faceva più soffrire – in compagnia di un uomo. Vita privata, fatti suoi. Figurarsi se qualcuno vuol mettersi a giudicare i suoi gusti.

È la vita pubblica di Briatore, invece, che dopo l’“incidente” delle bische compie un salto: Flavio, ricercato, condannato e latitante, alle isole Vergini spicca il volo definitivo verso il successo.
Prima della tempesta, ai bei tempi della casa di piazza Tricolore, aveva conosciuto Luciano Benetton. A presentarglielo era stato Romano Luzi, maestro di tennis di Silvio Berlusconi e poi suo fabbricante di fondi neri. Aveva poco o nulla in comune, Benetton con Briatore: trovava di cattivo gusto la sua casa, il suo stile di vita, la sua esibizione di donne e di ricchezza. Ma il «Tribüla» è un grande seduttore, conquista uomini e donne, è affascinante, sa farsi voler bene.

In più, il rigoroso Benetton era rimasto affascinato dalla diversità del suo interlocutore, dal suo lato oscuro: «È un po’ teppista ma è tanto simpatico», rispondeva Luciano agli amici che gli chiedevano che cosa avesse mai in comune con quel tipo, dopo averlo messo in guardia per le brutte storie che giravano sul suo conto. Fatto sta che Briatore apre alle isole Vergini qualche negozio Benetton e fa rapidamente carriera nel ristretto gruppo di manager dell’azienda di Ponzano Veneto. Come venditore è bravo. Riuscirebbe a vendere anche il ghiaccio al Polo Nord, dice di lui chi lo conosce bene. E aggiunge: venderebbe anche sua madre. Passa nel dimenticatoio dunque anche un’altra storia che sfiora Briatore nei primi anni Ottanta. Una vicenda complicata di azioni Generali, mica noccioline, che passano di mano: un pacchetto di oltre 330 miliardi.

Protagonisti: Anthony Gabriel Tannouri, libanese, noto alle cronache (e all’inchiesta del giudice Carlo Palermo) come trafficante d’armi; Mazed Rashad Pharson, sceicco arabo e finanziere internazionale; Florio Fiorini, padrone della finanziaria Sasea, ex manager Eni, esperto di mercato petrolifero. Il pacchetto di Generali passa di mano per sette anni, prima di tornare in Italia, perché diventa la garanzia di opache transazioni internazionali: di petrolio tra la Libia e l’Eni, di armi ed elicotteri da guerra (gli americani Cobra) che dopo qualche triangolazione (con il Venezuela, con il Sudafrica) finiscono a Gheddafi malgrado l’embargo.

La vicenda, in verità, è rimasta oscura. Certo è che per recuperare le azioni si è mosso anche il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia e che, nel suo giro del mondo, il superpacchetto di Generali è passato anche per una sconosciuta fiduciaria milanese, la Finclaus, sede in corso Venezia, capitale sociale soltanto 20 milioni, fondata nel 1978 da Luigi Clausetti, ma per qualche tempo nelle mani di Flavio Briatore.Ma i personaggi che Briatore frequenta, quelli con cui discute di affari, donne e motori, continuano a non essere proprio stinchi di santo.

Tanto che il suo nome finisce dritto in una megainchiesta antimafia condotta dai magistrati di Catania, accanto ai nomi di mafiosi dalla caratura internazionale. Niente di penalmente rilevante, intendiamoci: lui, Briatore, non è stato indagato; ma la sua voce resta registrata in conversazioni con boss di rango.

Felice Cultrera, uomo d’affari catanese che fa riferimento al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, è il centro dell’inchiesta antimafia. Stava imbastendo business di tutto rispetto: la costruzione di 5 mila appartamenti a Tenerife; l’acquisto di quote dei casinò di Marrakech, Istambul, Praga, Malta, Montecarlo, da usare per riciclare denaro sporco; la ommercializzazione e la ricettazione di titoli al portatore; l’intermediazione di armi pesanti e l’acquisto di elicotteri (con la presenza nell’affare di una vecchia conoscenza delle inchieste sul traffico d’armi e droga, il miliardario arabo Adnan Khashoggi); l’avvio di attività finanziarie in Spagna, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Egitto, Marocco, Turchia, Cecoslovacchia, Russia, Corea, Hong Kong, Montecarlo...

Un vortice d’affari, di contatti, di relazioni. Ebbene, chi è uno degli interlocutori dell’attivissimo Cultrera? Proprio Flavio Briatore (del resto, il gruppo dei catanesi coltivava buoni rapporti anche con i fratelli Alberto e Marcello Dell’Utri e con il generale dei carabinieri Francesco Delfino). Nel maggio 1992, dunque, Cultrera e Briatore, intercettati dalla Dia (la Direzione investigativa antimafia), conversano amabilmente di affari e affaristi.

Briatore chiede consigli: racconta che un certo Cipriani (è il rampollo della famiglia veneziana), spalleggiato da tal Angelo Bonanno, aveva cercato di intromettersi nella fornitura di motori di Formula 1; per convincere l’uomo del team Benetton, Cipriani gli aveva squadernato le sue referenze: «Sono amico di Tommaso Spadaro, sono amico di Tanino Corallo».

Nomi d’oro, nell’ambiente: Spadaro è il ricchissimo boss padrone dei casinò dell’isola caraibica di Saint Maarten; Corallo è l’uomo che qualche anno prima aveva tentato, per conto della mafia, la scalata dei casinò italiani di Saint Vincent e di Campione. Cultrera ascolta con interesse, poi conferma all’amico Briatore che sì, è tutto vero: Bonanno «È uno pesante, inserito in una famiglia pesante».

Infatti: Bonanno è un narcotrafficante del clan mafioso catanese dei Cursoti, coinvolto anche nell’indagine sull’Autoparco di Milano. Dunque meglio non contrariarlo. Quando, il 10 febbraio 1993, una bomba esplode (è la seconda, nella vita di Briatore) davanti alla porta della sua splendida casa londinese in stile re Giorgio, in Cadogan Place, nell’elegante quartiere di Knightsbridge, distruggendo una colonna del porticato e facendo saltare i vetri tutt’attorno, qualche voce cattiva la mette in relazione con i traffici d’armi o altri commerci.

Ma i giornali inglesi scrivono che si tratta di una «piccola bomba» dell’Ira e che i terroristi potrebbero averla abbandonata per paura di essere stati scoperti. Intanto Briatore è giunto al culmine (per ora) del suo successo. Il «Tribüla» si è preso le sue rivincite. Esibisce i suoi soldi, le sue donne, le sue case. Appartamento a New York, villa a Londra, attico a Parigi, pied-à-terre ad Atene, tenuta in Kenya («Lion in the sun»). Aereo privato. Yacht di 43 metri, «Lady in blue», con un Fontana e un Giò Pomodoro nel salone. Ha amici importanti soprattutto in Inghilterra (Eccleston innanzitutto, ma anche David Mills, avvocato londinese di Berlusconi, specialista nella costruzione di sistemi finanziari internazionali «riservati», tipo All Iberian). Briatore è «arrivato» e lo fa vedere, senza risparmio.

All’inizio degli anni Novanta aveva preso in mano la scuderia Benetton di Formula 1, creata nel 1986 da Davide Paolini e Peter Collins sulle ceneri della Toleman. Nel 1994 e nel 1995, con Michael Schumacher come pilota, la porta alla vittoria mondiale. «Ma la Formula 1 non è uno sport, è un business», ripete. E lui da questo business (off-shore per definizione, fuori da ogni regola e da ogni trasparenza) ha saputo spremere miliardi. A trovare sponsor è bravissimo.

Per il team spendeva molto, è vero, ma i suoi bilanci non hanno mai chiuso con disavanzi superiori ai 3 miliardi: la Benetton, dunque, ha ottenuto una copertura pubblicitaria planetaria, del valore di almeno 15 miliardi all’anno, con esborsi piccolissimi o addirittura, dopo il 1993, con un guadagno di alcune centinaia di milioni. Ma Briatore non sta fermo.

Mentre macina soldi in Benetton, cura anche business in proprio: compra e rivende la Kicker’s (scarpe per bambini), acquista un’altra scuderia di Formula 1, la Ligier (dopo qualche tempo la rivenderà ad Alain Prost), prende una quota della Minardi, poi diventa socio del team Bar. Forse è troppo anche per Luciano Benetton, che nel 1996 divorzia dall’amico «un po’ teppista ma tanto simpatico». Niente di male, Briatore incassa una buonuscita di 34 miliardi (ma nulla È sicuro in questo campo) e subito si ripresenta con una sua azienda, la Supertech, in società nientemeno che con Ecclestone, che sviluppa i motori Renault e li fornisce a tre team, Bar, Williams, Benetton.

Poi compra la casa farmaceutica Pierrel. E ora pensa al calcio. è juventino sfegatato, ma anche il football è per lui, più che uno sport, un business; il suo pensiero oggi è: come spremere soldi dal pallone? Ma apparire gli piace almeno quanto possedere. Le due cose si sono ben sposate nel Billionaire, discoteca con piscina ottagonale infarcita di vip a Porto Cervo, in Sardegna: buon investimento, ma soprattutto ottimo palcoscenico per le sue apparizioni in pantofoline di velluto bordeaux al fianco di Naomi Campbell (storia inventata, dicono i bene informati, dalla pierre Daniela Santanché da Cuneo, amica di gioventù di Briatore e oggi pasionaria di Alleanza Nazionale, novella Marta Marzotto della destra, consigliere provinciale a Milano e presidente nientemeno che della locale commissione cultura).

Per Flavio Briatore la vita spericolata è diventata ormai vita dorata. Le brutte storie del passato nessuno le ricorda più. Il «Tribüla» di Cuneo è sparito: al suo posto, un uomo di successo, non raffinatissimo, ma ugualmente coccolato dai salotti di ogni tipo, in cui si rimpiangono gli anni Ottanta e si ripete il motto di Briatore: «Se vuoi, puoi».
(gb)

Parole sui Blog

1 commento:




Qui possiamo vedere quante volte sono state scritte sui blog la parole Berlusconi e la parola Prodi. A parte il picco di maggio di entrambi per le elezioni notiamo un sostanziale vantaggio di Silvio che spicca il volo a dicembre, ma proprio non mi spiego il perchè! Oddio è lui Babbo Natale!

(Dopo un pò di tempo ho capito il perché di questo picco: l'operazione al cuore in America...)

L'etica del pubblicitario (e del suo linguaggio)

3 commenti:
Comincio qui quello che, forse, sarà un leit motiv in un futuro non molto lontano, vero Enzo, vero Crisss?

Sempre alla ricerca di cose per la tesi (anche se mi sono arenato perchè non ho voglia di fare un cazzo), mi imbatto in discussioni e ricerche fatte da pubblicitari talvolta definiti anche dei luminari (ma da chi?).

Questi non fanno altro che parlare della pubblicità come se fosse un'entità estranea al tutto, intangibile -come in effetti è- ma soprattutto innocua.
Ci sono due strade che si possono battere (lo suggerirò anche alle battone sulla Salaria :P) sul filo dell'innocenza del messaggio pubblicitario.

La prima riguarda l'innocenza in sè per sè. Cioè, alla domanda : "Questa pubblicità può influenzare i comportamenti dei telespettatori e può determinare un certo tipo di atteggiamento?" si può rispondere in due modi (forse anche in 3 ma me ne vengono in mente 2):
Si, influenza il target di riferimento (ciò che auspica un operatore di marketing); no, non influenza un belìn e sarà presto dimenticata, come tante altre pubblicità (un'opinione che potrebbe dare chiunque visto che la pubblicità in tv non è misurabile in maniera specifica ). E questa è la prima via dell'innocenza.

La seconda via riguarda l'innocenza intrinseca non tanto della pubblicità ma del prodotto pubblicizzato. Si sa, i pubblicitari, in quanto creativi, sono persone sensibili, interpretano gusti, tendenze, modi di fare, ma anche il proprio ego. Nella foga di interpretare l'interpretabile dimenticano a cosa serve il prodotto, chi lo fa e da dove nasce. Infatti si capisce qualcosa sui prodotti pubblicizzati? Proprio no!

Prodotti che vengono da fabbriche che segregano animali; prodotti frutto di schiavitù; prodotti frutto di politiche di marketing aggressive che hanno letteralmente spiato alcuni consumatori per capirne i gusti; prodotti che non servono a niente e chippiùnehappiùnemetta.

Ora mi chiedo: Si fanno mai domande i pubblicitari oltre a chiedersi se il loro lavoro sarà migliore del pubblicitario antagonista e null'altro?
Beh, se si fanno delle domande si chiedano cosa produce il loro lavoro nella società, quanto potrebbero favorire un mercato migliore, più sano, più ecologico e meno frutto di ricerche su cavie ed esperimenti chimici di vario genere.

Un mercato che invece genera la vendita di vera e propria immondizia fin dalla nascita del prodotto per arrivare al secchio. Se tutti i pubblicitari si rifiutassero o creassero una sorta di codice nel quale si vieta di pubblicizzare prodotti nocivi alla natura, agli animali e all'essere umano, sia in fase di pre che di post-produzione, forse e dico forse, qualcosa cambierebbe.

L'etica in pubblicità
non esiste.

Inutile pararsi il culo con la pubblicità progresso...

MOrìa De Filippi

2 commenti:
Devo aggiungere altro? Conservo qui il nick di Msn che sicuramente cambierò. Dovrei cominciare a segnarmi i nick + esclusivi. Questo merita di sicuro.

Io, tu e dottor House

1 commento:
Devo dire che anche io mi sento un pò dottor House, un pò per la gamba che fa sempre male, un pò per il cinismo con cui mi rapporto alle persone e agli eventi. Il bello è che tutte le persone con cui parlo si sentono un pò dottor House, il processo di identificazione è a livelli massimi ed è uguale in tutti. Sappiamo di essere diversi gli uni dagli altri ma ci sentiamo tutti come House: soli, cinici e anche un pò dei geni, ma perchè?

Ognuno di noi, con l'esterno, ha comportamenti differenti da quelli del dottor House ma fondamentalmente, a causa di questa società di merda in cui viviamo, dei rapporti personali con le persono che amiamo, che se fossero sterili sarebbero grandiosi ma per me sono castrati e castranti, ci identifichiamo in questo personaggio. Il fatto di poter dire ciò che si vuole, senza preoccuparsi di avere ragione o meno a noi non è permesso, ma quanto lo vorremmo! E quanto vorremmo fare del bene con delle intuizioni geniali!

Ecco perchè si sviluppa questo processo empatico con House. Ognuno di noi non ha un pò di House dentro di sè ma è quest'ultimo ad avere dentro di sè un pò di ognuno di noi e a cacciarlo fuori. Lui è sottotraccia, nel nostro inconscio. E' un pò quello che il cinema è da anni. Una cosa da emulare perchè abbiamo sempre pensato che si può essere diversi ma non ci riusciamo a causa delle gabbie mentali che ci attanagliano.

Tante volte dei personaggi riescono ad avere successo perchè noi pensiamo che non riusciremo mai ad emergere e quindi loro diventano una nostra proiezione.
Uno psicologo potrebbe contraddirmi o darmi ragione ma questo è quello che provo, non so voi.

Videocrazia e videocrazia pubblicitaria

3 commenti:
Il concetto di Videocrazia dovrebbe essere preponderante al giorno d'oggi. La soluzione dell'Homo videns postulata da Sartori è di stretta attualità. Il valore di ciò che vediamo sovrasta ogni altro senso. Questo concetto si dipana dalla tv ad ogni altro medium.

Cercando materiale per la tesi oltre ad imbattermi in cazzate dette da pubblicitari deterministi trovo anche immagini carucce frutto della videocrazia sopra citata, eccone due.
Una è un piccola videocamera Sega Toys' per bambini registi-prodigio, l'altro è un asciugamani ad aria con monitor per pubblicità. Siamo alla frutta.







Parola di Soros

1 commento:
  • George Soros
  • è un personaggio abbastanza controverso. Le sue parole che prendo dalla rivista di comunicazione aideM, sono tratte dal suo libro intitolato La Bolla della supremazia americana, eccole:

    Lo Stato sociale così co me lo conosciamo è diventato insostenibile e la redistribuzione internazione delle risorse preticamente non esiste. Complessivamente, nel 2002, la cooperazione internazione ammontava a 56,5 miliardi di dollari, il che costituisce soltanto lo 0,18% del Pil.
    Di conseguenza, il divario fra ricchi e poveri continua a crescere: l'1% dei più ricchi nell'ambito della popolazione mondiale riceve quanto il 57% dei più poveri; un miliardo e 200 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno; due miliardi e 800 milioni con meno di due; un miliardo non ha la possibilità di procurarsi acqua pulita; 827 milioni soffrono di manutrizione. Tutto questo non è stato necessariamente causato dalla globalizzazione, ma la globalizzazione non ha fatto niente per porvi rimedio.

    Al di là delle belle parole di un uomo che è tra i più ricchi del mondo il punto sulla globalizzazione è da sottolineare. Ci riempiamo la bocca con questa bella parola che dovrebbe garantire uguaglianza e mix nei vari mercati mondiali, portando ciò che è locale nel globale (i posti etnici nelle metropoli) e ciò che è globale nel locale (Internet nei paesi poveri? e chi sà quanto altro ancora). Credo che solo il primo passo sia riuscito alla perfezione.
    Allora che parola dobbiamo usare?

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