L'etica del pubblicitario (e del suo linguaggio)

Comincio qui quello che, forse, sarà un leit motiv in un futuro non molto lontano, vero Enzo, vero Crisss?

Sempre alla ricerca di cose per la tesi (anche se mi sono arenato perchè non ho voglia di fare un cazzo), mi imbatto in discussioni e ricerche fatte da pubblicitari talvolta definiti anche dei luminari (ma da chi?).

Questi non fanno altro che parlare della pubblicità come se fosse un'entità estranea al tutto, intangibile -come in effetti è- ma soprattutto innocua.
Ci sono due strade che si possono battere (lo suggerirò anche alle battone sulla Salaria :P) sul filo dell'innocenza del messaggio pubblicitario.

La prima riguarda l'innocenza in sè per sè. Cioè, alla domanda : "Questa pubblicità può influenzare i comportamenti dei telespettatori e può determinare un certo tipo di atteggiamento?" si può rispondere in due modi (forse anche in 3 ma me ne vengono in mente 2):
Si, influenza il target di riferimento (ciò che auspica un operatore di marketing); no, non influenza un belìn e sarà presto dimenticata, come tante altre pubblicità (un'opinione che potrebbe dare chiunque visto che la pubblicità in tv non è misurabile in maniera specifica ). E questa è la prima via dell'innocenza.

La seconda via riguarda l'innocenza intrinseca non tanto della pubblicità ma del prodotto pubblicizzato. Si sa, i pubblicitari, in quanto creativi, sono persone sensibili, interpretano gusti, tendenze, modi di fare, ma anche il proprio ego. Nella foga di interpretare l'interpretabile dimenticano a cosa serve il prodotto, chi lo fa e da dove nasce. Infatti si capisce qualcosa sui prodotti pubblicizzati? Proprio no!

Prodotti che vengono da fabbriche che segregano animali; prodotti frutto di schiavitù; prodotti frutto di politiche di marketing aggressive che hanno letteralmente spiato alcuni consumatori per capirne i gusti; prodotti che non servono a niente e chippiùnehappiùnemetta.

Ora mi chiedo: Si fanno mai domande i pubblicitari oltre a chiedersi se il loro lavoro sarà migliore del pubblicitario antagonista e null'altro?
Beh, se si fanno delle domande si chiedano cosa produce il loro lavoro nella società, quanto potrebbero favorire un mercato migliore, più sano, più ecologico e meno frutto di ricerche su cavie ed esperimenti chimici di vario genere.

Un mercato che invece genera la vendita di vera e propria immondizia fin dalla nascita del prodotto per arrivare al secchio. Se tutti i pubblicitari si rifiutassero o creassero una sorta di codice nel quale si vieta di pubblicizzare prodotti nocivi alla natura, agli animali e all'essere umano, sia in fase di pre che di post-produzione, forse e dico forse, qualcosa cambierebbe.

L'etica in pubblicità
non esiste.

Inutile pararsi il culo con la pubblicità progresso...

3 commenti:

Alessio ha detto...

Ahinoi, non solo nella pubblicità l'etica nonesiste: non c'è da nessun'altra parte!

Se ne trova sparsa un po' qua e un po' là per iniziativa del singolo e quando capita di vederla nella pratica quotidiana ne rimaniamo affascinati; alle volte fa addirittura notizia!
Il problema è proprio questo: finchè se ne parlerà vuol dire che ancora non sarà diffusa e saranno utili moniti per le masse (stesso discorso per il femminismo, ma è quasi un'altra storia).

Però se si pensa al passato, foss'anche quello più recente, è facile vedere come qualche passo avanti sia stato compiuto.
La morale (e tutto ciò che essa implica) avrà il sopravvento un giorno, sarebbe bello esserci e forse ci saremo: vedere l'indignazione sui volti delle persone di fronte comportamenti scorretti e non più il contrario.
E' questione di tempo, ma soprattutto di educazione (familiare o scolastica): le istituzioni riusciranno a garantire la civiltà! ...un giorno. Ne sono certo!

Alla prossima.

Jose ha detto...

speriamo di non essere già morti per quel giorno...

Enzo ha detto...

L'etica in pubblicità non esiste? Non ancora :D
ma esisterà...e sarà visibile ad occhio umano anche dallo spazio