Il “divo Giulio” si attivò per il bancarottiere NELLA SENTENZA DI PALERMO È DESCRITTO IL SUO IMPEGNO PER DIFENDERE MICHELE SINDONA

di Gian Carlo Caselli* su http://www.ilfattoquotidiano.it/

L’elenco delle vittime della violenza mafiosa è purtroppo infinito.Spesso ci siamo detti che se hanno dovuto morire è anche perché lo Stato, anche noi, non siamo stati sino in fondo quel che avremmo dovuto essere. Loro hanno visto la sopraffazione, la
ricchezza facile e ingiusta, la compravendita della democrazia, lo scialo di morte e violenza, il mercato delle istituzioni.

E non si sono voltati dall’altra parte. Hanno cercato la giustizia. Per questo sono morti. Noi, invece, troppe volte abbiamo subito e praticato, invece di spezzarlo, il giogo delle mediazioni e degli accomodamenti. Non ci siamo scandalizzati abbastanza
dell’ingiustizia. Non siamo stati abbastanza “vivi”. E queste cose ce le ripetiamo sperando che sempre meno soli siano lasciati coloro che si ostinano a fare il proprio dovere e non diventino - restando isolati - un più facile bersaglio per la riminalità mafiosa.

Parole al vento, inutili e vuote, se Giulio Andreotti, un signore che è stato 7 volte presidente del Consiglio e 22 volte ministro, osa dire che Giorgio Ambrosoli è stato ucciso perché “se l’andava cercando”. Fa rabbrividire il cinismo con cui si pensa di poter liquidare un modello morale e civile di onestà, oggi universalmente riconosciuto, come Ambrosoli.

Ma il cinismo di Andreotti, per quanto spietato, non spiega tutto. Una luce sinistra sulle parole dello “statista” la proietta la sentenza del Tribunale di Palermo che lo assolse dall’imputazione di associazione con la mafia siciliana (attenzione:
la sentenza sarà poi riformata in appello, dove verrà dimostrata – fino al 1980 – la sussistenza del reato, commesso ma prescritto, e questa pronunzia sarà poi confermata in Cassazione; ma in primo grado la sentenza fu di assoluzione, per ciò stesso emessa da giudici tecnicamente catalogabili tra quelli meno sgraditi all’imputato).

Ebbene, esaminando la vicenda di Michele Sindona, bancarottiere legato alla mafia siciliana, condannato come mandante dell’omicidio Ambrosoli, il Tribunale
di Palermo scrive che Andreotti destinò a Sindona “un continuativo interessamento proprio in un periodo in cui egli ricopriva importantissime cariche governative”.

Fu “attivo” il suo “impegno per agevolare la soluzione dei problemi di ordine economico-finanziario e di ordine giudiziario” di Sindona e per avvantaggiarlo nel “disegno di sottrarsi alle conseguenze delle proprie condotte”.

Se “gli interessi di Sindona non prevalsero ciò dipese, in larga misura, dal senso del dovere, dall’onestà e dal coraggio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, il quale fu
ucciso, su mandato di Sindona, proprio a causa della sua ferma opposizione ai rogetti di salvataggio.

ARMADI DELLA REPUBBLICA elaborati dall’entourage del finanziere siciliano, a favore dei quali, invece, si mobilitarono il senatore Andreotti, taluni esponenti politici, ambienti mafiosi e rappresentanti della loggia massonica P2”.

Andreotti “anche nel periodo in cui rivestiva le cariche di ministro e di presidente del Consiglio si adoperò in favore di Sindona, nei cui confronti l’autorità giudiziaria italiana aveva emesso fin dal 24 ottobre 1974 un ordine di cattura per bancarotta fraudolenta”.

“Il significato essenziale dell’intervento spiegato dal senatore Andreotti (anche se non le specifiche modalità di esso) era conosciuto dai referenti mafiosi del Sindona”.
Dunque, il cinismo di oggi – in Andreotti – si intreccia inestricabilmente con l’antica “benvolenza” verso Sindona, mentre Ambrosoli (probo rappresentante
di un pubblico interesse al risanamento di una situazione degenerata) era costretto - sempre più isolato - a fare i conti con un losco sistema di connivenze, trame e protezioni.

Certo è che se il “divo Giulio” non esita a sostenere che Ambrosoli “se l’andava cercando” (biascicando fuori di un “f ra i n t e n d i m e n t o ”!), diventa sempre più difficile affrontare un tema ancora oggi di decisiva importanza, vale a dire
pretendere che siano cancellati dalla politica e dall’amministrazione tutti coloro che continuano a intrattenere proficui rapporti, d’affari o di scambio, con l’ambiente e con l’entourage mafioso.

Le cronache offrono - di questo opaco mondo - uno spaccato tutt’ora sconvolgente. Che ci siano ancora personaggi del mondo “legale” (talora con responsabilità istituzionali di rilievo), disposti a trescare e trattare con mafiosi e/o paramafiosi come se niente fosse, con assoluta “normalità”, è una vergogna che dovrebbe far rizzare i capelli a tutti.

Invece chi viene colto con le mani nel sacco può sempre sperare nella solidarietà
dei suoi capi cordata, sia locali che nazionali, mentre quelli che si indignano sono sempre di meno, e ancor meno saranno quando ascolteranno le parole di Andreotti su Ambrosoli. Ma così ci ritroveremo sempre da capo: a piangere l’ennesimo morto e
insieme la nostra democrazia gravemente storpiata ed incompiuta.

Per fortuna ci aiutano a resistere molti documentari della “Storia siamo noi” di Giovanni Minoli, come quello (dedicato appunto alla vita e alla morte di Giorgio Ambrosoli) che risulta “impreziosito ” dalle incredibili parole di Andreotti. Anche se è difficile capire perché mai trasmissioni di questa qualità (che certamente la fame di notizie della gente premierebbe con ottimi ascolti) siano relegate a tarda
notte.

Ma forse è persino troppo facile capirlo...

*Procuratore capo a Torino

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